Perfetta letizia

ascolto
un viso rosso di lacrime, ancora sconosciuto ma tanto vicino
due braccia che stringono un libro
un tè in compagnia
“oh sì!”
grazie
sorriso
abbraccio
dita che annodano
seduta a terra in silenzio
una lettera per posta
il sorriso nel dare un regalo
biscotti
battito del cuore
una domanda affettuosa
silenzio
un canto

Basta un poco di zucchero e la pillola va giù!

Si restaura solo la materia dell’opera d’arte, non l’immagine. Così insegna Brandi.
E allora io mi chiedo: e tutto quello che c’era attorno e che con il tempo è andato perduto? L’atmosfera, il profumo dei colori ad olio, l’emozione di andare al cinema, o di muoversi in un salone, il luccichio degli stucchi dorati, lo stupore di una scultura perfetta? Tutto questo diventa fantasia!
L’arte nasce dalla fantasia dell’artista, con un atto creativo, e dopo anni, secoli, o addirittura millenni, torna a rivivere con un atto creativo e fantasioso dello spettatore.

Padri

È bellissimo vedere un papà che corre incontro al figlio e ridendo lo solleva facendolo volare in aria, e poi lo tiene in braccio coccolandolo.

Vedere i papà con i figli è più bello ancora che vedere le madri con i figli. Perché i padri hanno sempre quel volto stupito, ammirato, come consapevole che quella vita che stringono fra le mani è un dono e un mistero; qualcosa che è loro ma che è comparso all’improvviso regalando gioia e sorrisi.

Una mamma fa parte del mistero. Sente forse il figlio più suo, carne della sua carne. Lo sguardo di una mamma è sempre sereno, comprensivo. Guarda il marito e il figlio mentre giocano con lo stesso sguardo affettuoso. Per il papà è tutto dono. Ogni volta che vedo un papà con il figlioletto sorrido, affascinata. Lo sguardo che i padri riservano ai figli non ce l’hanno per nessun altro.

A qualche mamma invece lo stesso sguardo scappa al marito, ai nipoti, a amichetti particolarmente simpatici dei figli… ai padri mai. È bello osservare queste scene: danno gioia.

Ci impegniamo

Ci impegniamo
noi e non gli altri,
unicamen­te noi e non gli altri.
Né chi sta in alto né chi sta in basso,
né chi crede né chi non crede.

Ci impegniamo
senza pretendere che altri si impegni con noi e per suo conto,
come noi e in altro modo.

Ci impegniamo
senza giudicare chi non s’im­pegna,
senza accusare chi non s’impegna,
senza condannare chi non s’impegna,
senza cercare perché non s’impegna,
senza disimpegnarci per­ché altri non s’impegna.

Sappiamo di non poter nulla su alcuno né vogliamo forzar la mano ad alcuno,
devoti come siamo e come intendiamo rimanere
al libero movimento di ogni spirito
più che al successo di noi stessi o
dei nostri convincimenti.

Il mondo si muove se noi ci muoviamo,
si muta se noi ci mutiamo,
si fa nuovo se al­cuno si fa nuova creatura,
imbarbarisce se sca­teniamo la belva che c’è in ognuno di noi.
L’ordine nuovo comincia se alcuno si sforza di divenire un uomo nuovo.

Ci impegniamo
perché…
Noi sappiamo di preciso perché ci impegniamo,
ma non lo vogliamo sapere, almeno in questo primo momento,
secondo un procedimento ragionato.

Ci impegniamo
perché non potremmo non impegnarci.

Ci impegniano
per trovare un senso alla vita, a questa vita, alla nostra vita,
una ragione che non sia una delle tante che ben conosciamo,
un utile che non sia una delle solite trappole generosamente of­ferte ai giovani
dalla gente pratica.

Si vive una sola volta e non vogliamo essere “giocati”
in nome di nessun piccolo interesse.

Non ci interessa la carriera,
non ci interessa il denaro,
non ci interessa il successo né di noi né delle nostro idee,
non ci interessa passare alla storia.
Abbiamo il cuore giovane e ci fa paura il freddo della carta e dei marmi;
non ci interessa né l’essere eroi né l’essere traditori davanti agli uomini
se ci costasse la fedeltà a noi stessi.

Ci interessa
di perderci per qualche cosa o per qualcuno
che rimarrà anche dopo che noi saremo passati
e che costituiscono la ragione del nostro ritrovarci.

Ci interessa
di portare un destino eterno nel tempo,
di sentirci responsabili di tutto e di tutti,
di avviarci, sia pure attraverso lunghi erramenti,
verso l’Amore, che ha diffuso
un sorriso di poesia sopra ogni creatura.

Ci impegniamo
non per riordinare il mondo,
non per rifarlo,
ma per amarlo.

Per amare
anche quello che non possiamo accettare,
anche quello che non è amabile,
anche quello che pare rifiutarsi all’amore,
poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore c’è,
insieme ad una grande sete d’amore,
il volto e il cuore dell’Amore.

Ci impegniamo
perché noi crediamo all’Amore,
la sola certezza che non teme confronti,
la sola speranza che basta per impegnarci perdutamente.

-Don Primo Mazzolari-

Non ho trovato di questo testo due versioni non dico uguali, ma quantomeno simili, o confrontabili, almeno per avere un’idea vaga del testo originale… nemmeno stessimo parlando di un testo del Duecento. Alla fine mi sono arresa e ho copiato pari pari da questo libro: Danilo Dorini, In cammino con il Signore, Centro Ambrosiano, Milano 2007, pp. 71-73, ben consapevole che potrebbero mancare delle parti.

…eppure…

Ecco, il mio servo avrà successo,
sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente.
Come molti si stupirono di lui
– tanto era sfigurato per essere d’uomo il suo aspetto
e diversa la sua forma da quella dei figli dell’uomo -,
così si meraviglieranno di lui molte nazioni;
i re davanti a lui si chiuderanno la bocca,
poiché vedranno un fatto mai a essi raccontato
e comprenderanno ciò che mai avevano udito.

Chi avrebbe creduto al nostro annuncio?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per poterci piacere.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia;
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori;
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua posterità?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per la colpa del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha spogliato se stesso fino alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i colpevoli.

Isaia 52, 13 – 53, 12

Credo di aver bisogno di silenzio

Girovagare. Vagare in giro. Girare senza meta. Tornare sui propri passi, percorrerne di nuovi. Non sapere dove si è diretti. Non si sa la strada? O non si conosce il punto di arrivo? Fa differenza. Eccome se fa differenza.
Non sai la strada: ti perdi, provi, sbatti la testa e ti fai male e torni indietro. Riconosci i tuoi passi e hai paura. Ma mai che chiedi aiuto.
Non conosci il punto di arrivo: cammini spensierato. Spensierato perché non pensi, non sai, non ti poni domande, non capisci. Cammini, poi corri, poi respiri, poi corri di nuovo. Vedi tante cose belle, ma non riesci a stare fermo. Non sai dove andare. Ti crei la tua strada e credi sia più importante della meta. Ti arrabbi anche con chi una meta ce l’ha.
Punto di arrivo. Punto? Linea? Superficie? E poi? Punto. Linea: infiniti punti. Punto di arrivo. Si sta stretti tutti in un punto. Voglia di guardare cosa c’è al di là della linea, al di là dell’orizzonte. Ma l’orizzonte si sposta con te. Spostarsi girovagando. Non c’è un solo orizzonte. Quanti orizzonti esistono? Orizzonte. Vista. Desiderio. Girovagando. Desiderio di guardare un orizzonte per andare oltre una meta percorrendo la strada. Breve? Panoramica? Facile? Quanti passi hai già calpestato. Girovagare. Non ricordare quanta è la strada percorsa. Poca o troppa. E l’unico paragone è la stanchezza dei muscoli. Ma vuoi andare più in là. Girovagare. Lasciare indietro volti, oggetti, cose. Perdere pezzi per strada. Trovarne di nuovi. Sperare.

strade

Cammini e cammini,
ti sembra di essere sola sulla strada, di incontrare passanti di sfuggita: ciao come va tutto bene a presto! In un infinito ripetersi, su una strada fatta di curve, salite e discese, con scarse indicazioni e sassi di inciampo che non vedi finché non ci vai contro.
Poi il paesaggio cambia, arrivi verso un declivio, la strada diventa piacevole, con i solchi di chi prima di te è passato. Li puoi seguire, e anche se non sai dove ti porteranno sai che una meta c’è. Allora ti inizi a guardare intorno e scopri che sulla strada accanto a te ci sono un sacco di persone che camminano, chi ancora inciampa nei sassolini, chi saltella, chi canticchia, chi semplicemente ti sta accanto.
E appena tu alzi lo sguardo ti sorride, e ti dice quanto ti vuole bene.